La dama della morte dei vicoli palermitani
A cura di Stefano Ferrarini
gni città ha le sue storie, ogni angolo racconta qualcosa e spesso la storia e la leggenda si mescolano e non sappiamo più cosa sia vero e cosa sia mito. Oggi entriamo tra i vicoli stretti di Palermo, tra le sue luci e soprattutto le sue ombre.
Estate, 30 luglio 1789, una folla si raduna nella caldissima Piazza Vigliena, più conosciuta come Piazza dei Quattro Canti, nel cuore della città. Nessuna festa o celebrazione popolare, al centro un patibolo e un cappio pronto.
L’esecuzione pubblica è per una donna di 75 anni, accusata e poi condannata a morte per omicidio plurimo e stregoneria. Ripercorriamo a ritroso la sua storia.
Povertà e astuzia
Nella Palermo del XVIII secolo, città popolosa e contraddittoria del Regno di Sicilia, le strade strette dei quartieri popolari erano il teatro di una quotidianità segnata dalla povertà, dalle malattie e da una profonda fede nelle pratiche magiche. In questo contesto vive Giovanna Bonanno, passata alla storia come la “Vecchia dell’Aceto”.
Le notizie sulla giovinezza di Giovanna Bonanno restano scarse e frammentarie. Gli studiosi ritengono che possa essere identificata con una donna di nome Anna Pantò, sposata nel 1744 con Vincenzo Bonanno.

Secondo le ricostruzioni storiche più accreditate, Giovanna nasce probabilmente intorno al 1713 e trascorre gran parte della propria esistenza nei quartieri popolari di Palermo. Quando il suo nome comincia a circolare nelle aule giudiziarie e nelle cronache cittadine è ormai una donna anziana.
Vive di elemosina e piccoli espedienti nel quartiere della Zisa, una zona abitata prevalentemente da artigiani, lavoratori e famiglie modeste. Come molte donne del popolo gode della reputazione di “magara”, una figura a metà strada tra guaritrice, fattucchiera e consigliera popolare.
In una società in cui la medicina scientifica è ancora poco diffusa, persone come Giovanna occupano uno spazio ambiguo tra credenze popolari, rimedi tradizionali e pratiche magiche.
La scoperta dell’“aceto miracoloso”
La svolta arriva probabilmente nel 1786.
Secondo una tradizione riportata da diversi cronisti siciliani, Giovanna assiste a un episodio che sembra insignificante. Una bambina ingerisce accidentalmente un preparato noto come “aceto per pidocchi”, una miscela utilizzata contro i parassiti e contenente sostanze tossiche a base di arsenico.
La piccola sopravvive grazie a un intervento tempestivo, ma la donna comprende immediatamente il potenziale di quel liquido.
Per verificarne gli effetti acquista una dose del prodotto e la sperimenta su un cane randagio. L’animale muore in breve tempo.
Da quel momento prende forma quello che la stessa Bonanno definisce il suo “arcano liquore d’aceto”.
Il commercio della morte
Tra il 1786 e il 1788 Giovanna costruisce una vera e propria attività clandestina.
Il veleno viene venduto soprattutto a donne che desiderano liberarsi del marito. Nella Sicilia del Settecento il divorzio non esiste, la separazione è rara e socialmente stigmatizzata e le donne dispongono di pochissimi strumenti legali per sottrarsi a matrimoni infelici o violenti.

Secondo le testimonianze raccolte durante il processo, il metodo suggerito dalla Bonanno prevede tre somministrazioni successive: La prima provoca forti dolori addominali, La seconda peggiora le condizioni della vittima, La terza conduce alla morte.
I sintomi imitano quelli di numerose malattie gastrointestinali diffuse all’epoca e rendono difficile individuare l’avvelenamento come causa del decesso.
Le richieste aumentano rapidamente. Tra le vittime attribuite alla rete della “Vecchia dell’Aceto” figurano artigiani, fornai, commercianti e persino un aristocratico palermitano.
La fama della donna si diffonde in tutta la città. Alcuni la considerano una criminale spietata; altri la vedono come una sorta di risolutrice di problemi che la legge non permette di affrontare.
L’errore che porta alla cattura
Come accade spesso nelle vicende criminali, non è una complessa indagine a smascherare la responsabile, ma una casualità. Una delle collaboratrici della Bonanno, Maria Pitarra, riceve l’incarico di consegnare una dose del veleno. Scopre però che la vittima designata è il figlio di una donna che conosce personalmente.
Sconvolta dalla scoperta, decide di avvertire la madre del giovane.

La produzione avveniva a partire da pane d’orzo parzialmente cotto, sbriciolato e lasciato fermentare in acqua. Il risultato era una bevanda torbida e aromatica, molto diversa dalle birre moderne, ma perfettamente adattata alle esigenze alimentari dell’epoca.
Il processo del 1788
Nell’ottobre del 1788 Palermo assiste a uno dei processi più clamorosi della fine del secolo.
Davanti alla Regia Corte Capitaniale sfilano decine di testimoni: clienti, parenti delle vittime, vicini di casa e commercianti che hanno venduto alla donna gli ingredienti utilizzati per preparare il veleno.
Le accuse non riguardano soltanto gli omicidi.
Come spesso avviene nell’Europa dell’epoca, la figura della Bonanno viene associata anche alla stregoneria. Nell’immaginario popolare il confine tra magia e criminalità continua a essere estremamente sottile nonostante l’era dell’illuminismo.
Le deposizioni rivelano l’esistenza di una rete di clienti composta da mogli, amanti e parenti desiderosi di eliminare persone considerate d’intralcio. La condanna appare inevitabile.
La sentenza e l’esecuzione
Il 30 luglio 1789 Giovanna Bonanno viene condannata all’impiccagione.
La coincidenza storica è significativa. Nello stesso mese, a Parigi, la presa della Bastiglia inaugura la Rivoluzione francese. Mentre l’Europa comincia a entrare nell’età contemporanea, Palermo assiste ancora all’esecuzione pubblica di una donna accusata di avvelenamento e pratiche di stregoneria

Qui è da dove siamo partiti, dalla forca.
Una folla immensa assiste all’evento. Nobili, religiosi, mercanti e popolani si radunano per vedere la fine della donna che per anni ha alimentato paura e sospetti nei vicoli della capitale siciliana.
Con la sua morte si chiude una delle pagine più oscure della storia criminale dell’isola.
Dalla storia alla leggenda
L’esecuzione non pone fine alla vicenda della “Vecchia dell’Aceto”.
Nel giro di pochi mesi la sua storia entra nei racconti popolari e negli spettacoli teatrali. Nel secolo successivo folkloristi e scrittori raccolgono testimonianze e tradizioni che contribuiscono a trasformare Giovanna Bonanno in una figura quasi leggendaria.
Con il passare del tempo la realtà storica si intreccia con il mito. Per alcuni è una strega; per altri una delle prime serial killer della storia italiana; per altri ancora il simbolo tragico di una società che non offre alle donne alcuna possibilità di scegliere il proprio destino.
Ancora oggi il suo nome continua a evocare una Palermo fatta di miseria, superstizione e violenza, dove una vecchia mendicante riesce a trasformare una semplice bottiglietta d’aceto nell’arma più temuta della città.

Stefano Ferrarini
Stefano Ferrarini, attore, Regista, pittore, divulgatore e Content Creator. Emiliano di Origine ma naturalizzato romano è appassionato di storia e costume delle civiltà antiche e moderne.

