Dal vino al piombo dell’antica Roma alle caramelle tossiche dell’Inghilterra vittoriana
A cura di Stefano Ferrarini
l cibo è senza dubbio sinonimo di gusto, tradizione e passione per la cucina, ma non solo. C’è anche una lunga lista di errori, contaminazioni, superstizioni e tragedie. Per secoli l’uomo ha consumato alimenti apparentemente innocui che, in realtà, nascondevano sostanze tossiche o contaminazioni. A volte il veleno nasceva dall’ignoranza scientifica, altre da pratiche industriali spregiudicate, altre ancora dalla paura verso cibi “nuovi” e sconosciuti. Tra i tanti vediamo 4 esempi sparsi nel tempo ma legati da un filo comune: il rapporto fragile tra alimentazione e conoscenza.
1 – ANTICA ROMA: IL BRINDISI AL VELENO CHE TI FACEVA IMPAZZIRE

I produttori romani erano soliti bollire il mosto d’uva in grandi recipienti metallici per ottenere una sostanza densa e dolce chiamata sapa o defrutum. Questo sciroppo veniva aggiunto al vino per migliorarne sapore, colore e conservazione.
Il problema era che molti di questi recipienti erano costruiti in piombo. L’uso del piombo era molto apprezzato: economico, malleabile e resistente era utilizzato per brocche, pentole, utensili da cucina, senza considerare i tubi per il circolo dell’acqua. In realtà i rischi sulla pericolosità del metallo non erano sconosciuti, già nel I secolo a.c. Vitruvio consigliava di usare tubi di terracotta per l’acqua, proprio per evitare i rischi del piombo, i medici conoscevano le conseguenze da avvelenamento da piombo, tuttavia la maggioranza della popolazione ne ignorava la pericolosità.
Durante la bollitura, gli acidi presenti nel mosto reagivano con il metallo formando acetato di piombo, una sostanza dal gusto sorprendentemente dolce. In epoca moderna è stata persino soprannominata “zucchero di piombo”. I Romani ignoravano completamente la tossicità del composto e apprezzavano quel sapore morbido e raffinato.
Questo dolcissimo veleno, usato non solo nel vino ma anche nella preparazioni di dolci e pietanze, portava i commensali ad una escalation di sintomi, dai semplici dolori addominali fino ad anemia, danni neurologici, infertilità, problemi mentali, insufficienza renale e paralisi.
L’esposizione cronica poteva inoltre alterare il comportamento e compromettere le capacità cognitive.

L’avvelenamento da piombo ha causato la caduta dell’Impero
C’è una teoria controversa. Alcuni storici hanno ipotizzato che l’intossicazione da piombo fosse particolarmente diffusa tra le élite romane, le quali consumavano quantità elevate di vino raffinato e pietanze conservate in utensili metallici. Secondo questa teoria, il saturnismo avrebbe contribuito al decadimento della classe dirigente romana. Uno studio pubblicato su PNAS ha quantificato i livelli di tale inquinamento e scoperto che il piombo era presente a livelli così elevati in atmosfera da far diminuire (forse!) il QI degli antichi Romani. All’epoca Roma produceva annualmente tra i 3 e i 4 chilotoni di piombo atmosferico. Questo, ipotizzano gli studiosi, avrebbe avuto un impatto anche sul cervello dei cittadini romani, che avrebbero perso in media 2,5 punti di QI a testa – anche di più nelle zone più vicine alle miniere.

L’idea che il piombo abbia “distrutto Roma” è però dibattuta. Gli archeologi e gli storici moderni ritengono improbabile che sia stata una causa determinante della caduta dell’Impero. Tuttavia, le prove dell’esposizione al piombo sono numerose: tubature, stoviglie, cosmetici e vino costituivano fonti continue di contaminazione.
Analisi moderne effettuate su scheletri romani hanno mostrato concentrazioni di piombo nettamente superiori rispetto a molte popolazioni antiche. Nonostante ciò, i Romani continuarono a usare il metallo per secoli, inconsapevoli del pericolo.
2 – LA SEGALE CORNUTA E L’ERGOTISMO: IL FUNGO CHE SCATENAVA ALLUCINAZIONI E MORTE

Nel Medioevo europeo intere comunità furono colpite da epidemie misteriose caratterizzate da convulsioni, allucinazioni, necrosi e morti atroci. Per secoli nessuno comprese la causa di questo flagello, noto come “Fuoco di Sant’Antonio”. Il responsabile era un fungo parassita: la segale cornuta.
La segale era uno dei cereali più diffusi nelle regioni fredde dell’Europa medievale. In annate umide il fungo Claviceps purpurea infestava le spighe formando escrescenze scure chiamate “sclerozi”, simili a piccole corna nere.
Quando il grano contaminato veniva macinato, il fungo finiva nella farina e quindi nel pane quotidiano.
Gli alcaloidi prodotti dall’ergot erano estremamente tossici.
L’ergotismo si presentava in due forme principali. La prima era quella convulsiva caratterizzata da spasmi, convulsioni, sensazione di bruciore e allucinazioni che portavano anche alla paranoia.
La seconda forma era gangrenosa, una forte vasocostrizione che interrompeva la circolazione sanguigna. Mani, piedi e arti diventavano neri e necrotici fino a staccarsi dal corpo. Le vittime descrivevano un dolore atroce, come se stessero bruciando vive: da qui il nome “Fuoco di Sant’Antonio”.
Avvelenamento…. E stregoneria
C’è un legame tra ergotismo e soprannaturale. Si presume infatti che molte esperienze di possessioni demoniache o fenomeni di isteria collettiva possano essere correlate ad un consumo massiccio di pane contaminato. Una della piaghe più surreali legata all’ergot è chiamata “la piaga del ballo”.

Nel 1518 a Strasburgo una folla di persone cominciò a ballare per strada senza sosta, per giorni fino a cadere a terra stremati e molti morti di infarto. Nessuno sa dire con esattezza cosa sia successo ma molti storici hanno ipotizzato che l’ergot abbia causato una sorta di spasmo collettivo associato ad allucinazioni.
Alcuni studiosi hanno persino collegato l’ergotismo ai fenomeni di isteria che alimentarono la caccia alle streghe e processi per possessione. Le allucinazioni provocate dagli alcaloidi dell’ergot potevano infatti generare visioni terrificanti, stati alterati di coscienza e comportamenti irrazionali.
Allucinazioni che sono continuate anche nel XX secolo. Nel 1938 il chimico svizzero Albert Hofmann studiando gli alcaloidi arrivò a sintetizzare una molecola chiamata LSD. Dal ballo di san vito medievale agli Hippy del 68.
3 – IL POMODORO VELENOSO

Il pomodoro non ebbe vita facile quando venne introdotto nella cucina del vecchio mondo. Arrivò in Europa nel XVI secolo dopo la conquista delle Americhe. Proveniva dalle civiltà mesoamericane, che già lo utilizzavano in cucina. Tuttavia gli europei lo guardarono con sospetto.
La pianta apparteneva infatti alla famiglia delle Solanacee, la stessa di specie tossiche come la belladonna o la mandragora. I suoi frutti rossi e lucidi apparivano strani, quasi innaturali.
In molte regioni il pomodoro venne inizialmente coltivato come pianta ornamentale non commestibile. Medici e botanici temevano che provocasse febbri, squilibri umorali o avvelenamenti. In Inghilterra circolava il nome “poison apple”, mela velenosa, ma da dove nasceva questa convinzione?
Tra il XVII e il XVIII secolo molti aristocratici europei mangiavano utilizzando piatti in peltro, una lega contenente elevate quantità di piombo, un elemento che ritorna in queste storie. I pomodori, essendo molto acidi, scioglievano parte del metallo presente nelle stoviglie. Chi li consumava poteva sviluppare sintomi da avvelenamento: nausea, dolori, disturbi neurologici. Naturalmente la colpa ricadde sul pomodoro stesso. Paradossalmente, i ceti popolari che usavano stoviglie di legno o terracotta subirono meno problemi e iniziarono prima ad adottare il nuovo alimento.
4 – LE “CARAMELLE ALLA MENTA” DI BRADFORD

Se il vino romano e l’ergotismo appartengono a epoche remote, il caso delle caramelle di Bradford mostra come anche la modernità industriale potesse produrre disastri alimentari devastanti.
Nel 1858, nella città inglese di Bradford, oltre 200 persone si ammalarono e almeno 20 morirono dopo aver mangiato delle caramelle alla menta.
Nell’Inghilterra dell’800 era una pratica abituale quella di diluire le sostanze per abbattere i costi di produzione. Farina, tè, latte e dolci venivano spesso “allungati” con sostanze economiche. I produttori di caramelle usavano frequentemente il daff, una polvere derivata dal gesso o dal gesso mescolato ad altri composti, per aumentare il volume dei dolci.

Il produttore William Hardaker incaricò un farmacista locale di procurargli il daff. Tuttavia, per un tragico errore, al posto della polvere di gesso venne consegnato triossido d’arsenico, una sostanza altamente tossica usata come veleno per topi.
L’arsenico fu incorporato nell’impasto delle caramelle alla menta e venduto normalmente al mercato.
Ogni caramella conteneva una dose potenzialmente letale. Poche ore dopo il consumo, le persone iniziarono a manifestare vomito, dolori addominali, convulsioni fino al collasso cardiovascolare.
La città fu travolta dal caos. L’episodio causò almeno 20 morti accertate, ma alcune stime suggeriscono numeri superiori. La tragedia di Bradford suscitò enorme indignazione nell’opinione pubblica britannica e contribuì alla nascita di normative più severe sui controlli alimentari e sulla regolamentazione dei prodotti chimici.
Quando il cibo diventa pericoloso
Queste storie mostrano quanto il rapporto tra uomo e alimentazione sia stato a lungo segnato dall’incertezza. Spesso il veleno non era immediatamente visibile: si nascondeva nei recipienti metallici, nei funghi parassiti, nei processi industriali o nei pregiudizi.
Quattro storie diverse, quattro periodi storici diversi, un messaggio comune: il cibo può essere vita, ma senza controllo, è in grado di uccidere senza che ce ne accorgiamo.

Stefano Ferrarini
Stefano Ferrarini, attore, Regista, pittore, divulgatore e Content Creator. Emiliano di Origine ma naturalizzato romano è appassionato di storia e costume delle civiltà antiche e moderne.

