A cura di Stefano Ferrarini
21 aprile, una data che segna l’inizio di un capitolo che cambièra la storia del mondo: una ricorrenza che intreccia mito, tradizione e ricostruzione storica. Ma è davvero così che è andata?
Secondo la cronologia più accreditata nell’antichità, Roma sarebbe stata fondata il 21 aprile del 753 a.C.; un riferimento temporale talmente importante da diventare il sistema di computo degli anni dei romani, espresso nella formula ab Urbe condita, “dalla fondazione della città”.
Ma dietro questa data si cela una trama complessa, fatta di calcoli, propaganda politica, tradizioni religiose e narrazioni leggendarie.
Il calcolo della data

Il primo a fissare ufficialmente la fondazione di Roma al 21 aprile 753 a.C. fu Marco Terenzio Varrone, studioso del I secolo a.C., basandosi sui calcoli astrologici di Lucio Taruzio Firmano, fisico e matematico.
Prestate attenzione perché questi calcoli e queste rivelazioni astrologiche sono… particolari.
In precedenza per misurare la storia e lo scorrere degli eventi i romani indicavano gli anni a partire dai nomi dei due consoli in carica, quindi Varrone aveva fissato il 509 a.c. come primo anno della repubblica e in seguito aveva attribuito 35 anni di regno a ciascuno dei 7 Re di Roma arrivando a ritroso al 753 a.c.
Questa data, chiamata dies Romana, si impose rapidamente nella cultura romana fino a diventare convenzione condivisa. Ma è anche vera?
Le fonti antiche non erano concordi: alcune tradizioni collocavano la nascita della città tra il 9 e il 27 aprile.
La scelta di Varrone, quindi, non rappresenta una verità storica certa, ma piuttosto una sintesi autorevole, accolta e istituzionalizzata.
Il mito fondativo: la creazione della città eterna
Facciamo un passo indietro e vediamo come e chi ha creato la città più importante del mondo antico.
La mitologia della sua nascita è nota a tutti, tramandata da autori come Livio e Plutarco: i gemelli Romolo e Remo vengono abbandonati sul Tevere e salvati da una lupa. Entriamo nel dettaglio.
I fratelli nacquero da una stirpe nobile ma travagliata. Erano i figli della vestale Rea Silvia e del dio Marte, una discendenza che li collocava immediatamente in una dimensione semi-divina. Tuttavia, il loro destino si complicò fin dall’inizio: lo zio Amulio, usurpatore del trono di Alba Longa, ordinò che i neonati venissero abbandonati sulle acque del Tevere, condannandoli a morte certa.

Ma il fiume, anziché essere un sepolcro, si trasformò in una culla. Le acque depositarono i gemelli sulle rive fangose del Tevere dove avvenne uno degli episodi più iconici della mitologia: una lupa li trovò e li allattò. Questa immagine, potente e primordiale, non è solo un simbolo di sopravvivenza, ma anche di una Roma nata dalla fusione tra civiltà e natura selvaggia.
Cresciuti dal pastore Faustolo e da sua moglie Acca Larentia, Romolo e Remo svilupparono un carattere forte e indomito. Divennero presto dei leader tra i giovani della regione, distinguendosi per coraggio e spirito combattivo. Quando finalmente scoprirono la verità sulle loro origini, decisero di vendicare l’ingiustizia subita: uccisero Amulio e restaurarono il legittimo re Numitore.
Ma il loro destino non era quello di governare Alba Longa. Spinti da un’ambizione più grande, scelsero di fondare una nuova città proprio nel luogo in cui erano stati salvati.
Qui il mito si carica di tensione tragica. I due fratelli non riuscivano a concordare né su chi dovesse regnare e né sul luogo esatto della fondazione. Romolo iniziò a tracciare il solco sacro sul colle Palatino, delimitando i confini della futura città. Remo, in un gesto di scherno o sfida, lo oltrepassò. Questo atto fu fatale: Romolo lo uccise, pronunciando, secondo la tradizione, una frase destinata a riecheggiare nei secoli: “Così perirà chiunque osi oltrepassare le mie mura.”
21 aprile 753
Con la morte di Remo, il mito raggiunge il suo culmine drammatico. Romolo rimase solo, ma determinato. Il 21 aprile del 753 a.C., fondò ufficialmente la città, dandole il proprio nome.
Roma nacque dunque nel segno di un paradosso: una città destinata alla grandezza universale, ma costruita su un atto di violenza fraterna. Questo dualismo, ordine e caos, diventerà un tratto distintivo della sua storia.
Radici ancora più antiche
C’è una storia sulla nascita di Roma che sarebbe ancora precedente a Romolo e che legherebbe la città a Troia. Il prode Enea, in fuga da Troia, raggiunse il lazio e diede origine ad una stirpe che portò alla fondazione di Roma. Questo è ciò che narra Virgilio nel suo poema, una connessione con il mondo greco non casuale che serviva a inserire Roma in una tradizione epica prestigiosa, legittimandone il ruolo nel Mediterraneo.

IEnea era un principe troiano, figlio della dea Venere e del mortale Anchise. Dopo la caduta di Troia fuggì portando sulle spalle il padre e guidando il figlio Ascanio. Il suo viaggio non fu una semplice fuga, ma una missione voluta dagli dei: fondare una nuova civiltà destinata a grandezza eterna.
Dopo anni di peregrinazioni nel Mediterraneo, Enea approdò sulle coste del Lazio. Qui entrò in contatto con le popolazioni locali e pose le basi per una nuova comunità. Suo figlio Ascanio (detto anche Iulo) fondò la città di Alba Longa, che diventerà il centro della stirpe da cui discenderanno i futuri fondatori di Roma.
Secoli dopo Enea, nella dinastia di Alba Longa, troviamo Numitore e Amulio e infine Rea Silvia, madre dei gemelli. In questo modo, la leggenda collega direttamente i fondatori di Roma a un eroe troiano e, attraverso di lui, agli dei.
Questo collegamento non è casuale: i Romani volevano attribuire alla propria città un’origine nobile e divina, intrecciando il proprio destino con quello delle grandi civiltà del passato. Enea incarna il valore della pietas, cioè il rispetto per gli dei, la famiglia e il destino, qualità che diventeranno centrali nell’identità romana. L’inserimento di Enea nella narrazione della fondazione di Roma ha anche un significato politico. Attraverso di lui, Roma si collega idealmente al mondo greco e troiano, appropriandosi di una tradizione epica già prestigiosa. Virgilio, scrivendo l’Eneide in età augustea, rafforzò questa visione, presentando Roma come erede legittima di Troia e destinata a governare il mondo.
Dal mito alla realtà
Se la mitologia attribuisce a Roma un’origine quasi divina la realtà è un po’ diversa. Gli studi moderni ridimensionano l’idea di una fondazione improvvisa. Roma non nacque in un giorno, ma attraverso un processo graduale di aggregazione (sinecismo) di più villaggi sparsi sui colli.
Scavi archeologici sul Palatino indicano la presenza di insediamenti già prima dell’VIII secolo a.C. e la formazione di una vera città si colloca proprio in quel periodo.
In questo senso, la leggenda di Romolo potrebbe riflettere un evento reale: la trasformazione di un insieme di villaggi in una comunità urbana organizzata.
Il Natale di Roma: politica e propaganda
Torniamo a parlare del 21 aprile. Anche se non ci furono riscontri sulla veridicità dei calcoli di Varrone, la data piacque e dall’età imperiale il 21 aprile assunse un forte valore politico. Gli imperatori sfruttarono la ricorrenza per celebrare la grandezza di Roma e legittimare il proprio potere. La festa diventò così uno strumento di memoria collettiva e propaganda imperiale. Dopo la caduta dell’impero cessarono i festeggiamenti e lentamente la data fu dimenticata.
Con la progressiva avanzata del cristianesimo come religione dominante, soprattutto dopo l’Editto di Tessalonica (380 d.C.), le feste legate alla religione tradizionale romana entrarono in crisi. Il Natale di Roma, profondamente connesso ai culti pagani perse il suo carattere ufficiale.
Non scomparve però del tutto. In alcuni ambienti colti continuò a sopravvivere come memoria storica anche se privata della dimensione rituale. Nel frattempo, Roma stessa veniva reinterpretata: da caput mundi pagana a centro della cristianità. Il calendario liturgico cristiano sostituì progressivamente le ricorrenze antiche, relegando il 21 aprile a un ruolo marginale.
Illuminismo e nuova storiografia
Nel Settecento, con l’avvento dell’Illuminismo, il Natale di Roma venne reinterpretato alla luce di un approccio più critico e razionale.
Gli studiosi iniziarono a distinguere con maggiore chiarezza mito e storia: la data del 753 a.C. venne analizzata come costruzione erudita, mentre il racconto di Romolo fu visto sempre più come leggenda simbolica.
Allo stesso tempo, crebbe l’interesse per l’archeologia e per lo studio scientifico delle origini di Roma. Il 21 aprile non fu più solo una ricorrenza simbolica, ma anche un punto di partenza per riflessioni sulla nascita delle città e delle civiltà.
Dopo la breccia di Porta Pia e l’unità d’Italia, il 21 aprile tornò come riaffermazione dei valori del risorgimento. Nel ‘900 fu la prima celebrazione istituita dal governo Mussolini che a partire dal 21 aprile 1924 la ribattezzò “natale di Roma”
Questo lungo percorso dimostra come le tradizioni non siano mai statiche: si trasformano, si adattano e si reinventano.
Il 21 aprile, pur perdendo la sua funzione originaria, ha continuato a vivere come elemento identitario e culturale, pronto a essere riscoperto nelle epoche successive fino alla sua rinascita in età contemporanea.

Stefano Ferrarini
Stefano Ferrarini, attore, Regista, pittore, divulgatore e Content Creator. Emiliano di Origine ma naturalizzato romano è appassionato di storia e costume delle civiltà antiche e moderne.

