A cura di Stefano Ferrarini
na costante che troviamo in numerose popolazioni del passato come Babilonesi, Ittiti, Fenici e Egiziani, è il rito di passaggio, un festeggiamento in onore di una o più divinità per celebrare la fine di un percorso e la rinascita. Il carnevale nasce proprio da questi riti di passaggio.
Kaldi e le capre insonni
Le origini di questa storia si intrecciano a doppio filo con la leggenda. Un giovane pastore di nome Kaldi stava pascolando il suo gregge nell’Etiopia del IX secolo d.c., quando vide alcune delle capre mangiare da un arbusto di una pianta sconosciuta alcune bacche rosse. Le ore passarono e durante la notte le capre, anziché dormire come facevano sempre, pascolavano ed avevano una insolita energia. Kaldi ripensò alle bacche ingerite nel pomeriggio e tornò alla pianta misteriosa per raccoglierle.

Qui la leggenda prende strade diverse. Secondo alcune fonti kaldi avrebbe tostato le bacche, triturate e fatto un decotto scoprendo il piacere stimolante del neonato caffè. Altre fonti raccontano che Kaldi avesse assaggiato egli stesso le bacche e sentendosi pieno di energia, le avesse portate in un monastero vicino, e appreso il potere stimolante, i monaci avrebbero preparato una bevanda che permettesse loro di restare svegli la notte per pregare.
Poi c’è la versione più colorita. Kaldi assaggiò le bacche, si sentì pieno di energia e condivise questa scoperta con un monaco che, sospettoso e intimorito dagli effetti delle pianta misteriosa le gettò nel fuoco. In quel momento un aroma meraviglioso pervase l’aria creando i primi chicchi tostati della storia. Raccolti dal fuoco vennero poi triturati e bolliti per crearne una bevanda.
È difficile stabilire quale sia la versione reale e se questa leggenda abbia un fondo di verità, ma non vi è alcun dubbio sul luogo dove ebbe origine, la regione etiope di Kaffa, in cui iniziò a essere coltivato e commercializzato. Regione da cui il caffè prende il suo nome.
Diffusione e commercio del vino d’Arabia
Nel Medioevo comincia il viaggio del caffè verso la penisola arabica, partendo dal sud ovest dell’Etiopia. Nel XV secolo la pianta avava già raggiunto lo Yemen, dove i monasteri Sufi cominciarono a usare la bevanda per facilitare le loro lunghe sedute di preghiere. A Moka, città portuale yemenita, si sviluppò un fiorente commercio di caffè. Città che darà il nome anche ad una varietà molto pregiata

Da lì, il caffè si diffuse nei paesi arabi, diventando rapidamente una bevanda popolare nei centri urbani.
Uno dei maggiori punti di commercio fin dal XVI secolo divenne Il Cairo, in Egitto. Qui la diffusione tra mercanti e pellegrini era favorita dalla sempre più presente religione islamica, che proibendo l’uso del vino aveva trovato il caffè come degno sostituto. Un grande contributo lo diede anche l’espansione dell’Impero Ottomano, che forniva caffè in grandi quantità fino alle porte di Venezia, eludendo ogni disposizione doganale.
Proprio a Venezia il vino d’Arabia partì per raggiungere tutta Europa, anche se non ebbe vita facile all’iinizio.
La bevanda del Diavolo
La rapida popolarità che il caffè stava raggiungendo in tutta Europa stava mettendo in allarme la chiesa, che vedeva in essa una bevanda pericolosa, attribuendone una connotazione diabolica.

Questa “pozione” rendeva chi la beveva più vigile, per ore intere, più loquace, disinibiva anche i caratteri più miti. Doveva essere bandita.
Sempre più allarmata da questo siero ammaliatore la chiesa ribattezzò il vino d’Arabia come la bevanda del Diavolo fino a quando, secondo una leggenda, Papa Clemente VIII, incuriosito, lo assaggiò e ne rimase ammaliato. Andando contro i suoi stessi consiglieri rifiutò di mantenere la proibizione e ne diede il benestare.
Le botteghe del caffe
In tutta Europa cominciarono a nascere le prime botteghe del caffè, ritrovo per intellettuali e mercanti, luoghi di aggregazione e convivialità disimpegnata, ma anche sedi di dibattiti culturali, economici e politici, frequentati da uomini colti e da letterati, che si davano appuntamento per conversare e bere caffè fino a tarda notte, tenuti svegli dalle proprietà eccitanti della caffeina.
Londra e Parigi si fecero portavoce di questo nuovo movimento culturale; proprio in Francia nacque il modello di caffè letterario. Nel 1686 Francesco Procopio, siciliano, aprì il suo cafè le Procope, meta di filosofi, artisti, uomini politici e scrittori, un locale cosi famoso in Europa da diventare sinonimo di circolo letterario.
Caffe e letteratura si erano uniti a tal punto che un secolo dopo un gruppo di pensatori italiani capeggiati dal filosofo Pietro Verri fondarono la rivista letteraria Il Caffè, che portò un grande contributo per la diffusione dell’illuminismo italiano
Caffè e colonialismo: il lato oscuro della storia
Sappiamo che in ogni storia c’è un lato oscuro. L’Europa impazziva per il caffe e i paesi colonizzatori volevano decentrare il commercio dalla penisola arabica, togliendone di fatto il monopolio, per crearne uno che potessero controllare. Furono gli olandesi a riuscirci, trafugando nel 1690 alcune piantine di caffè e trasferendole nelle terre tropicali di Ceylon (oggi Sri Lanka) e Giava (in Indonesia) e a imporsi tramite la Compagnia delle Indie Orientali come punto di riferimento del mercato europeo.
Questa operazione segnò una svolta nella storia globale del caffè, poiché fu la prima grande coltivazione al di fuori della Penisola Arabica. Tuttavia, la coltivazione su larga scala non sarebbe stata possibile senza un ricorso massiccio alla schiavitù.

Gli Olandesi imposero un sistema di lavoro forzato che sfruttava brutalmente la popolazione locale e, in alcuni casi, anche schiavi importati da altre regioni dell’Asia e dell’Africa. I contadini indonesiani furono obbligati a dedicare una parte significativa della loro terra e del loro lavoro alla coltivazione del caffè, a beneficio esclusivo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. I profitti derivanti da questa produzione alimentavano l’economia e l’influenza della Repubblica delle Province Unite (oggi Paesi Bassi), ma a un costo umano altissimo. Questo modello coloniale e schiavista fu poi replicato da altre potenze europee nei secoli successivi, e rappresenta una delle pagine più oscure nella storia del caffè. Il monopolio olandese durò quasi mezzo secolo, fino a quando, per un eccesso di ingenuità, nel 1714 il borgomastro di Amsterdam offrì al Luigi XIV due piantine di caffè da aggiungere nei giardini di Versailles. Uno di questi arbusti volò oltre l’Atlantico, nelle Antille, diventando la piantagione della Martinica Francese
Caffè all’italiana
La caffèmania esplose in ritardo in Italia, solo tra la il 1800 e il 1900.

A Torino nel 1884, Angelo Moriondo brevettò il Caffè Istantaneo, ma l’Italia ebbe un ruolo cruciale quando nel 1902 a Milano Luigi Bezzera inventò una macchina per il caffe espresso: una macchina che sfruttava l’alta pressione per filtrare il macinato. Nel 1933 invece, grazie ad Alfonso Bialetti nacque la Moka, chiamata così proprio in onore della città dello Yemen.
Chiudiamo parlando della cuccuma, la caffettiera napoletana. Nonostante si pensi sia un’invenzione partenopea, la prima caffettiera rovesciabile in terracotta della storia in realtà è francese, ideata dal parigino Jean-Louis Morize nel 1819.
Oggi il caffè è presente in ogni parte del mondo, con preparazioni e tradizioni diverse, ma in comune resta quel momento di coccola e di caldo abbraccio.
In conclusione, da appassionato di caffe, mi sento di ringraziare quella capre etiopi che hanno contribuito a portare quelle bacche fino alla mia tazzina.

Stefano Ferrarini
Stefano Ferrarini, attore, Regista, pittore, divulgatore e Content Creator. Emiliano di Origine ma naturalizzato romano è appassionato di storia e costume delle civiltà antiche e moderne.

