A cura di Stefano Ferrarini
e stai visitando una città come turista o stai correndo da una parte all’altra della tua, la soluzione più pratica per mangiare è senza dubbio lo street food, il cibo di strada.
Un fenomeno globale che fonde praticità, velocità e gusto e ci permette di immergerci nell’identità territoriale del luogo che stiamo visitando, o vivendo. Non è un caso che lo street food abbia conquistato negli ultimi anni festival nazionali e internazionali, in cui anche grandi chef stellati si divertono a creare la loro versione di street food gourmet.
Questo però non è un fenomeno recente, né una moda. Il concetto di street food, oggi tanto popolare nelle città di tutto il mondo, affonda le sue radici in tempi antichissimi, quando la vita urbana cominciò a svilupparsi e con essa il bisogno di pasti semplici, veloci e accessibili.
Le prime tracce di cibo di strada risalgono a migliaia di anni fa. Secondo alcune descrizioni dell’antica Grecia, durante i loro attracchi al porto di Alessandria, gli egiziani erano soliti friggere pesce e venderlo ai cittadini, che lo consumavano per strada. Questa modalità venne ripresa anche dai greci che, nel corso dei secoli, la trasmisero alla cultura romana.
Ed è proprio nell’antica Roma che nasce il concetto moderno di street food.
Roma antica e street food
Nell’Urbe, l’alimentazione era strettamente legata alla posizione sociale e al ritmo della vita quotidiana. La maggior parte della popolazione romana viveva in insulae, edifici multifamiliari dove le cucine private erano spesso assenti o rudimentali. Questo contesto fece crescere la domanda di cibo pronto da consumare fuori casa. Così, locande e taverne divennero centri nevralgici della vita sociale e alimentare.
I romani, appresa l’usanza greca, la amplificano proponendo, oltre al pesce fritto, numerose varianti di cibo.
Una delle più grandi testimonianze è quella trovata durante gli scavi di Ercolano e Pompei. Sono emersi in perfette condizioni diversi thermopolia, quello che oggi potremmo chiamare food truck.
thermopolium è un termine greco che deriva dalle parole termos (caldo) e poleo (vendo). Un luogo di ristoro, nato in Grecia, dove era possibile consumare un pasto caldo, semplice e veloce, e bere qualcosa, sia in piedi che seduti a dei tavoli, che i romani chiamano più comunemente popina. A Roma uno splendido esemplare si trova a Ostia antica.
Ostia antica, una passeggiata tra antiche locande

Ostia, il principale porto di Roma, rappresentava un microcosmo ideale per lo studio dello street food antico. Essendo un punto di transito per merci e persone provenienti da tutto l’impero, la città era un crocevia culturale e gastronomico. Le sue taverne, o thermopolia, erano luoghi dove marinai, mercanti e viaggiatori potevano rifocillarsi prima di riprendere il viaggio.
Le taverne di Ostia Antica erano dotate di banconi in muratura con anfore incassate, utilizzate per conservare e servire bevande e pietanze. Qui si potevano trovare piatti caldi, spesso cucinati sul momento, e bevande come il mulsum, una miscela di vino e miele, una delle bevande più usate e apprezzate. Una volta miscelato, il composto era lasciato a riposo per almeno un mese in anfore specifiche, prima di essere filtrato e riposto a riposare di nuovo. Il suo utilizzo era considerato anche un toccasana per il mal di stomaco.
La varietà di cibi rifletteva la multiculturalità della città: alle pietanze tipicamente romane si affiancavano influenze culinarie provenienti da Grecia, Egitto e altre province.
Il locale di Ostia si componeva di due ambienti principali: un vano centrale dedicato alla vendita, e una seconda stanza utilizzata come cucina. Ai lati degli ingressi erano presenti panche in muratura, dove i clienti potevano sedersi per consumare i pasti. Sul retro, un piccolo cortile con una fontana offriva la possibilità di mangiare all’aperto, particolarmente apprezzata durante le stagioni calde.
Lo stato di conservazione del thermopolium di via Diana ad Ostia ci permette di notare non solo la bellezza delle decorazioni ma quello che potremmo definire il più antico menù della storia. La suggestiva natura morta sopra la scaffalatura rappresenta, partendo da sinistra, un piatto di piselli e una rapa; al centro, un bicchiere con delle olive, mentre sulla destra troviamo due sfere appese al muro con un chiodo, di cui ci sono diverse interpretazioni da parte degli storici. Potrebbero rappresentare formaggi, meloni o melograni, ma potrebbero anche essere due cembali, ad indicare tutto quello che avrebbero trovato gli avventori in quel locale: buon cibo, bevande e musica per allietare le loro giornate. Una vera insegna pubblicitaria.
Le taverne e i venditori ambulanti non erano solo punti di ristoro, ma anche luoghi di incontro e scambio culturale. In un’epoca in cui la maggior parte della popolazione viveva in condizioni modeste, il cibo di strada era uno dei pochi lussi accessibili a tutti. Consumare un pasto in una locanda significava entrare in contatto con persone di diversa estrazione sociale e culturale, contribuendo alla creazione di una comunità dinamica e inclusiva.
Abitudini quotidiane

Prendiamoci un attimo per vedere le abitudini alimentari romane. Se la cena era considerata il pasto più importante della giornata e consumato in famiglia, la colazione e il pranzo erano più frettolose e frugali. La colazione era formata principalmente da piatti semplici e non cucinati come pane, formaggio, miele, olive e fichi. Il pranzo invece, solitamente veniva consumato verso mezzogiorno fuori casa, nelle pipinae appunto, ed era composto da stufati, pesce, uova, spiedini di carne, cacciagione, formaggi e frutta secca.
Tra le bevande più popolari, oltre il mulsum c’era la posca, specie tra i legionari per la sua economicità. Era una miscela di aceto e acqua, una bibita acidula e dissetante, alla quale spesso veniva aggiunto del miele.
Una delle bevande più apprezzate dai romani era l’idromele, resa alcolica dalla fermentazione dell’acqua e del miele. Veniva usata molto di rado e solo per banchetti e cerimonie, principalmente riservati ai patrizi a causa del suo costo proibitivo.
Pare che per celebrare le nozze, si consumasse idromele per il successivo mese lunare dopo la cerimonia, coniando il termine molto famoso anche oggi “luna di miele”
L‘eredità dello street food romano
Molte delle tradizioni culinarie dell’antica Roma sono sopravvissute fino ai giorni nostri, influenzando la cucina mediterranea e lo street food moderno. Ancora oggi, passeggiando per le strade di Roma, Napoli o Palermo, si può trovare qualcosa che ricorda il cibo di strada dell’antichità: dalle pizze vendute al taglio, ai supplì, gli arancini, veri e propri eredi delle antiche preparazioni.
In definitiva, lo street food non è solo una moda contemporanea, ma un fenomeno che ci collega direttamente con le nostre radici storiche e culturali. Le locande e le taverne di Ostia Antica rappresentano un esempio straordinario di come il cibo abbia sempre avuto un ruolo centrale nella vita sociale, unendo popoli e tradizioni diverse sotto il segno del gusto.

Stefano Ferrarini
Stefano Ferrarini, attore, Regista, pittore, divulgatore e Content Creator. Emiliano di Origine ma naturalizzato romano è appassionato di storia e costume delle civiltà antiche e moderne.

