Il pomo della discordia, il frutto che portò l’ira delle Dee e il rapimento di Elena di troia
A cura di Stefano Ferrarini
ra tutti i frutti della storia, nessuno ha avuto un destino tanto ricco di simbolismi e di leggende quanto la mela.
Se pensiamo a questo frutto sono tanti i riferimenti che possono venirci in mente: la mela di Newton che ispirò la teoria sulla gravità, quella di Guglielmo Tell che narra le sue incredibili doti di precisione, la mela stregata di Biancaneve e, sicuramente la leggenda più famosa, la mela del peccato, il frutto proibito per eccellenza, raccolta nel giardino dell’Eden come simbolo di ribellione e conoscenza dell’uomo.
Il simbolismo di questo frutto ha origini ancora più antiche; nella mitologia greca la leggenda più conosciuta è il pomo d’oro della discordia che avrebbe dato il via al conflitto più famoso della storia antica, la guerra di Troia.
Il mancato invito
Tutto cominciò in un giorno di festa, con un matrimonio. Sul Monte Pelio si stavano per celebrare i festeggiamenti per l’unione di Peleo, re dell’isola di Egina e del popolo dei Mirmidoni, e la nereide Teti, figlia della divinità marina Nereo, la più bella delle ninfe acquatiche e futura madre dell’eroe Achille. Tutto l’Olimpo fu invitato per gioire dell’evento, ad eccezione di Eris, sorella gemella di Ares, dea della discordia.
Eris è considerata tra le divinità più crudeli della mitologia greca. Omero la descrive come una “piccola cosa” che nel tempo è cresciuta, avanzando sulla terra e nei cieli, seminando odio fra gli uomini e persino tra gli dèi. Secondo Esopo, Eris è un’entità che non va combattuta ma lasciata a sé stessa per evitare che prenda un potere distruttivo. Esiodo tuttavia ne connota anche un lato positivo di aiuto per i mortali: Eris stimolerebbe negli uomini lo spirito di competizione, spingendoli a superare i loro limiti.

I futuri sposi non volevano macchiare la felicità di quel giorno con un una presenza tanto nefasta e per questo ne pagarono le conseguenze. La dea, profondamente offesa, arrivò in segreto al ricevimento e lasciò al centro della tavolata un pomo d’oro con una incisione: “alla più bella”.
A quelle parole tre dee si sentirono chiamate in causa e vollero rivendicare il primato; Era, Moglie di Zeus e regina dell’Olimpo; Atena, dea della saggezza, delle arti e della strategia di guerra e Afrodite, dea della bellezza. Ognuna di loro considerava la propria virtù superiore a quella delle altre e dopo una lite interminabile si rivolsero a Zeus per dipanare ogni dubbio e decretare chi meritasse il titolo di più bella.
Una scelta che cambiò la storia
Il padre degli dei, signore dell’Olimpo, così potente e glorioso sembrava non riuscir proprio ad uscire da questo impiccio, doveva scegliere tra sua moglie Era, la sua figlia prediletta Atena e Afrodite, una preziosa alleata complice delle sue mille scappatelle. Zeus arginò l’ostacolo decretando che a incoronare la dea più bella dell’Olimpo non sarebbe stato lui ma il mortale più bello, un pastore di nome Paride.
Il futuro re di Troia infatti al tempo non era al corrente del suo lignaggio e viveva come umile pastore, il re Priamo lo aveva abbandonato in fasce sul Monte Ida a causa delle nefaste profezie che pendevano sulla sua testa, preannunciando che quella nascita avrebbe portato alla rovina di Troia. A Ermes fu dato il compito di condurre sul monte le tre candidate. Il povero pastore, al cospetto delle dee e di fronte al peso della scelta che avrebbe dovuto compiere, cercò di rifiutarsi, tentando persino di proporre in via diplomatica di dividere la mela in tre parti uguali, ma Ermes gli ricordò che Zeus in persona aveva dato quell’ordine, non poteva sottrarsi.

Mentre Paride di avvicinò per ammirare i corpi nudi delle tre divinità queste cominciarono a parlargli tentando di corromperlo con offerte irresistibili. Era gli offrì ricchezze immense e poteri tali da sottomettere con un solo gesto tutti i popoli dell’Asia, Atena gli promise di renderlo sapiente e invincibile in battaglia e Afrodite mise in palio l’amore della donna più bella del mondo, Elena, la figlia di Zeus e Leda, già moglie di Menelao, il re di Sparta.
Paride, ammaliato dalla descrizione che Afrodite stava facendo della regina di Sparta, scelse la dea della bellezza come vincitrice, innescando l’odio furente delle due sconfitte e una catena di avvenimenti che segnarono la sua rovina e quella del suo regno, come era stato predetto.
Se consideriamo però quello che abbiamo scoperto sul brindisi, pretesto per controllare la velenosità della bevanda… beh il termine salute, detto guardando negli occhi il proprio commensale, assume tutto un altro significato.
Le conseguenze
Elena, figlia di Leda (la stessa del mito di “Leda e il cigno”) e di Zeus, era davvero di una bellezza sconvolgente tanto che tutti i sovrani ellenici la volevano in sposa. Ulisse, per evitare guerre fratricide, fece giurare ai pretendenti che tutti avrebbero dovuto accorrere in aiuto del fortunato prescelto, qualora qualcuno avesse tentato di rapirla. Quando Elena scelse Menelao tutti i pretendenti rispettarono la scelta e giurarono fedeltà al re.
Ora, come poteva un semplice pastore conquistare la regina più corteggiata di tutto il mondo? Afrodite mantenne la parola, e lo guidò nel suo piano.
“Andrai in Grecia”, disse la dea, “accompagnato da mio figlio Eros, dio dell’amore. Quando raggiungerai Sparta Eros colpirà Elena con una delle sue frecce e lei sarà perdutamente innamorata di te, e così sarà tua. E per quanto mi riguarda, avrai la mia protezione per sempre”
Dopo il rapimento della regina Elena, il suo arrivo a Troia e Paride ritornato membro della famiglia reale, gli eventi degenerarono portando tutti gli alleati di Menelao, guidati da Ulisse, a dichiarare guerra a Troia sia su un campo mortale che immortale.
Secondo il mito infatti, molto del destino delle due fazioni era giocato dalle dispute che gli dei avevano tra loro, con Era e Atena schierate tra i greci capeggiati da Achille, pronte a giurare vendetta per l’affronto subito da Paride. Dall’altro lato Afrodite, che aveva mantenuto il suo ruolo di protettrice, e Ares, dio della guerra e amante di Afrodite, erano apertamente schierati con Paride, Ettore e re Priamo.
Lo svolgimento di questa lunga battaglia e la sua conclusione la conosciamo tutti, ora sappiamo anche che tutto questo è dovuto ad un singolo frutto e ad un invito mancato.
Dal mito all’allegoria
Una piccola azione, una scelta insignificante e superficiale potrebbe decretare la rovina di tutto, se non viene ponderata. Potremmo riassumere questa come morale della storia. il giudizio di Paride viene mostrato come effimero e solo all’apparenza risolutivo, perché non tiene conto delle conseguenze che la sua decisione finirà per provocare.
Dall’altra parte Eris, la dea della discordia, incarna il ruolo di chi non accetta di essere messo da parte e sceglie di reagire col sabotaggio. Tuttavia, la vendetta sfugge rapidamente al suo controllo, dando inizio a una catena di eventi più grandi delle sue stesse intenzioni. È un monito antico ma sempre attuale: lasciarsi guidare dalla rabbia può portare ad azioni impulsive, le cui conseguenze ricadono sugli innocenti, come i Troiani che finirono travolti da una tragedia non causata da loro.
Simbolo di bellezza, desiderio e distruzione
Il mito del pomo d’oro unisce in un solo frutto l’eterno contrasto tra bellezza e conflitto, desiderio e rovina. In quella mela dorata si concentrano le tensioni umane più antiche: l’orgoglio, la gelosia e la vanità.
È curioso pensare come un semplice frutto, così quotidiano e familiare, possa racchiudere tanto significato. Forse è per questo che, ancora oggi, quando un gesto o un oggetto scatena conflitti o rivalità, diciamo che è il “pomo della discordia”. Un’espressione antica di tremila anni che continua a vivere nelle nostre parole, come un’eco del canto di Omero.

Stefano Ferrarini
Stefano Ferrarini, attore, Regista, pittore, divulgatore e Content Creator. Emiliano di Origine ma naturalizzato romano è appassionato di storia e costume delle civiltà antiche e moderne.

