A cura di Mauro Miceli ed Elisabetta Villa
In questo articolo che conclude il trittico dedicato alle proprietà salutistiche del cacao/cioccolato che stavolta abbiamo scritto a due mani, andiamo a illustrare gli effetti psicoattivi che questo alimento magico ha sul nostro corpo.
Quando si parla di droga in pochi, se non nessuno, pensano al cioccolato e quasi tutti pensano alla cannabis.
E se vi si dicesse che le due sostanze agiscono allo stesso modo e sugli stessi recettori cerebrali?
Ed ecco che arriva la più classica e istintiva delle domande: ma quindi le canne e il cioccolato sono la stessa cosa?
Prima che corriate tutti al supermercato a fare scorta di tavolette, vi avvertiamo subito che non è così. Facciamo chiarezza.
Tutti conosciamo gli effetti psicotici della cannabis: euforia, relax, disinibizione, ecc.
Questo avviene perché il famoso tetraidrocannabinolo o THC si va a legare ai recettori CB1 e CB2 presenti nel cervello e da qui partono tutti gli effetti conosciuti. L’analogo del THC presente nel cioccolato è l’anandamide, un lipide endogeno che viene prodotto naturalmente dal cervello dopo specifiche attività. come facendo una corsa o ciclismo o durante l’esercizio prolungato, ma che può anche essere integrata con l’assunzione alimentare di cacao.
A livello chimico l’anandamide è letteralmente un endocannabioide e quindi agisce sui medesimi recettori della cannabis (CB1 e CB2), non a caso è stata soprannominata “marijuana endogena”. Giunta ai recettori e legatosi ad essi, vi è l’attivazione di quella che viene chiamata cascata di segnali a livello intracellulare. Il risultato lo si traduce con il cambio umorale, decisamente più allegro, una maggior quantità di energia, fino ad alterare anche la sensazione del dolore. Questi effetti tramite agisce l’anandamide presente nel cacao furono suggellati da un’importante ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature diversi anni fa, che fornì un razionale per l’azione psicoattiva notata nell’uomo dall’ingestione di cacao o cioccolato soprattutto fondente. Tuttavia, va precisato che l’anandamide è presente in quantità davvero molto basse e non sufficienti a causare effetti psicoattivi significativi da sola, ma il cioccolato dispone di un trucco: al suo interno vi sono sostanze che vanno a potenziarne l’effetto e la sua via di segnalazione da parte del sistema endocannabinoide: trattasi delle NAE (N-etanolammine) e nello specifico N-oleoletanolammina e N-linoleoletanolammina. Queste sostanze riescono nel loro scopo poiché vanno a interagire con l’enzima che distrugge l’anandamide, il FAAH (Fatty Acid Amide Hydrolase) e quando questo è meno attivo, viene ridotta la degradazione di anandamide e di conseguenza ne aumentano i livelli e per un tempo di permanenza maggiore a livello cerebrale, per cui la segnalazione cannabinoide diventa più forte.
Fino a qui abbiamo parlato letteralmente di una droga, ma si può andare in assuefazione da cioccolato?
Va precisato che il cioccolato contiene tracce molto esigue di anandamide, questo perché quando lo consumiamo una parte viene direttamente degradata e la parte che arriva al cervello è davvero piccola, come precedentemente ricordato.
Studi sulle fave di cacao hanno stimato che nel cacao crudo ci siano circa 0,5 microgrammi di anandamide per grammo. Queste quantità così esigue non sono in grado di creare una dipendenza da questa sostanza, piuttosto ne servirebbero milligrammi invece che microgrammi.
Inoltre, studi che relazionavano l’anandamide con il THC hanno evidenziato le profonde differenze tra le due molecole: quelle più evidenti sono la già menzionata ridotta biodisponibilità dell’anandamide e quindi la sua difficoltà al superamento della barriera emato-encefalica successiva alla sua ingestione; inoltre, il THC, essendo una molecola molto più stabile, ha la capacità di legarsi ai recettori CB1 e CB2 con tempistiche più lunghe.
Non per questo però ne siamo immuni; il desiderio del cioccolato ha radici più complesse. Dipende da una serie di fattori come la quantità di zucchero e altri composti che stimolano il rilascio di dopamina, i grassi che aumentano la palatabilità e il piacere sensoriale e la presenza di teobromina che, in quanto stimolante leggero, migliora energia e umore. In relazione a questi fattori e con l’aggiunta di N-oleoletanolammina e N-linoleoletanolammina, pocanzi vista, alcuni studi mostrano come il cioccolato può creare un forte desiderio, un’abitudine emotiva (il famoso confort food) e un’associazione con il piacere e la riduzione dello stress.
Tutto questo però non si traduce con una dipendenza nel senso stretto del termine; infatti, né il cioccolato né il cacao danno crisi di astinenza, compresa la perdita di controllo tipica delle droghe. Si parla piuttosto di una dipendenza comportamentale o alimentare di tipo leggero ma non sicuramente di una dipendenza farmacologica.
Il cioccolato può essere considerato, seppur con un’azione da blanda a moderata, anche un antidepressivo naturale, perché contiene delle sostanze che vanno ad agire su altri centri del sistema nervoso. La sensazione di appagamento che sentiamo dopo averlo mangiato è, infatti, dovuta alla presenza di altre sostanze che possono agire sull’umore e fra queste la prima da menzionare è la PEA (feniletilammina), la quale detiene effetti farmacologici simili alle anfetamine perché di fatto fa parte della stessa famiglia. Sono stati effettuati anche degli studi che hanno evidenziato l’importanza della feniletilamina come aiuto nella cura di alcune patologie come l’Alzheimer o la depressione. L’analisi della biodisponibilità mostra che il cioccolato fondente, specie quello con alta percentuale di cacao, rappresenta una buona fonte di ammine biogene, tra cui la feniletilammina, anche se la sua quantità assoluta varia in funzione della lavorazione e della fermentazione del cacao. Studi di digestione simulata in vitro riportano che la feniletilammina presente nel cioccolato è in larga parte bioaccessibile dopo il passaggio gastrointestinale, anche se non è stato possibile estrapolare dati quantitativi di aumento dei livelli ematici o effetti sistemici significativi negli studi clinici finora pubblicati. L’esperienza clinica, in coerenza con i risultati degli studi sopra citati, suggerisce che i meccanismi putativi legati al “benessere” percepito dopo assunzione di cioccolato coinvolgono principalmente altri composti bioattivi del cacao (oltre all’anandamide, anche flavonoidi e metilxantine come la teobromina sopra citata) e coinvolge circuiti dopaminergici centrali, piuttosto che un ruolo diretto esercitato della feniletilammina.
Riguardo agli studi clinici, questi risultano sempre abbastanza difficili da interpretare causa l’eterogeneità dei dati soprattutto relativi ai tipi di cioccolato impiegati, In ogni caso le migliori evidenze disponibili indicano che il consumo di prodotti ricchi in cacao ha un effetto favorevole, seppur di entità moderata e principalmente a breve termine (il che significa che va consolidata con l’assunzione regolare) su umore, ansia e sintomi depressivi negli adulti sani, come mostrato da una recente meta-analisi che documenta miglioramenti sia nel tono dell’umore che nella riduzione dei sintomi depressivi e ansiosi. Questi risultati sono confermati anche da uno studio randomizzato e controllato (RCT) in cui l’assunzione quotidiana di cioccolato fondente all’85% ha determinato una significativa riduzione dell’affetto negativo nelle misurazioni standardizzate, ovvero su quel tratto di personalità caratterizzato dalla tendenza a sperimentare frequentemente ed intensamente emozioni spiacevoli come paura, ansia, rabbia, senso di colpa e tristezza; è anche notato che questi effetti erano associati inoltre a modifiche favorevoli del microbiota intestinale che potrebbero giocare un ruolo cruciale nella modulazione dell’umore, confermando l’importanza dell’asse cervello – intestino.
Il dato chiave è che gli effetti psichiatrici positivi del cacao risultano statisticamente significativi, ma si collocano nell’ordine della moderata entità clinica e durata breve, ovvero certamente non paragonabili a sostanze impiegate in terapia.
In conclusione, il cioccolato non smette mai di stupirci; dal potere magico dato dai popoli antichi fino agli effetti psicoattivi, questa sostanza ha tutte le carte in regola per essere assunta.
Possiamo sicuramente definirla come la “piccola droga leggera” che ci attenua il dolore, ci strappa un sorriso e che, in breve, ci migliora la vita e la salute sia fisica che psicologica.

Mauro Miceli
Mauro Miceli consegue la laurea presso la Facoltà di Farmacia con indirizzo in Chimica Farmaceutica; successivamente entra alla Facoltà di Medicina come interno presso l’Istituto di Farmacologia e Tossicologia dell’Università di Firenze dove consegue la Specializzazione post-laurea in Farmacologia. Prosegue quindi gli studi per il conseguimento della laurea in Scienze Biologiche e successivamente consegue la seconda Specializzazione in Biochimica Clinica presso l’Università di Pisa con una tesi sperimentale pubblicata su rivista internazionale. Successivamente consegue un Master in Fitoterapia. È coautore di oltre pubblicazioni scientifiche indicizzate su PubMed con un valido impact factor, diverse pubblicazioni su testi medico-scientifici, oltre a numerose comunicazioni a vari congressi scientifici. Dal 2002 a tutt’oggi è stato Docente Aggregato in Scienze di Laboratorio Biomediche presso il Polo Biomedico dell’Università di Firenze e Docente a c. presso l’Università Niccolò Cusano e LUMSA Università di Roma nell’area didattica di Biochimica Applicata e Nutrizione Funzionale. Provenendo da una formazione di base incentrata sulla ricerca e impiego di sostanze in farmacologia umana, col tempo ha trasformato questa sua indole nella ricerca e studio di sostanze presenti negli alimenti e nelle piante, la cosiddetta disciplina Nutraceutica, e si è specializzato nel settore biochimico-nutrizionale ispirandosi fedelmente al principio ippocratico (modificato): Fai che il Cibo sia la tua Medicina e non che le medicine siano il tuo cibo….

Elisabetta Villa
Dottoressa in biologia cellulare e molecolare

