Quando sei chicchi di melograno hanno cambiato il mondo
A cura di Stefano Ferrarini
volte i gesti più insignificanti sono in grado di stravolgere il destino dell’intera umanità. Sono bastati solo sei piccoli chicchi di melograno per portare il gelo e la carestia per sei mesi l’anno… almeno è quello che pensavano i greci per spiegare il mutamento delle stagioni. Il mito ha inizio con un melograno e una dea rapita, Persefone.
La figlia della terra
Persefone, chiamata anche Kore, “giovane donna” in greco, è una delle figure più importanti della mitologia, portatrice nello stesso momento sia di vita che di morte, regina degli inferi ma anche creatrice di bellezza. Andiamo con ordine.
Kore è figlia di Zeus e di Demetra, dea dell’agricoltura e della fertilità, una dei titani figli di Crono che erano stati divorati dallo stesso padre, terrorizzato che i suoi figli potessero spodestarlo sul trono. Ucciso dal figlio Zeus, i cinque figli di Crono vennero liberati e accolti come divinità: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Era venne presa in sposa dal Fratello Zeus per regnare sull’Olimpo mentre Estia divenne la dea vergine del focolare domestico. Ai 2 fratelli fu consegnato un regno lontano dall’Olimpo, Poseidone divenne il signore dei mari e Ade quello degli inferi, infine Demetra fu consacrata come dea dell’agricoltura e della fertilità.
Il popolo la venerava per le sue capacità di creare abbondanza nei raccolti, per rendere rigogliose le foreste e i terreni fertili. Il potere di Demetra portava gioia e abbondanza tra i greci e questo di ripercuoteva sulle offerte che i mortali donavano a lei e tutte le divinità, Zeus compreso.
la discesa negli inferi
Kore crebbe spensierata, circondata dell’amore della madre e dai canti allegri delle ninfe con cui viveva. La sua bellezza era accecante e presto attirò le attenzioni di qualcuno. Durante una passeggiata nei campi della Sicilia, mentre era intenta a raccogliere fiori insieme alle ninfe, uno squarcio dilaniò il terreno, dalla voragine uscì un carro trainato da quattro cavalli neri.

Non vedendola tornare, in preda alla disperazione, Demetra abbandonò l’Olimpo e cominciò a vagare per il mondo alla sua ricerca. Nel suo girovagare vide comparire in suo aiuto Ecate, dea della magia, della stregoneria e dei crocevia, spesso associata alla morte e alle transizioni. La strega le suggerì di chiedere a Elios, il sole, l’unico in grado di scorgere l’aspetto del rapitore. Così Demetra venne a conoscenza di tutti i particolari.
Freddo e carestia
Demetra aveva sempre onorato i suoi doveri, reso la terra abbondante e i mortali felici e appagati, ma il dolore per la perdita della figlia e il suo vagare per riportarla a casa le aveva fatto trascurare il suo compito: i campi si seccarono, i frutti non maturarono più e la terra smise divenne sterile. L’umanità rischiava di morire di fame. Il cuore di Demetra era congelato e questo si rifletteva anche sul mondo.
Il melograno e l’inganno del ritorno incompleto
Nessun dio osava interferire, poiché Ade era fratello di Zeus stesso. Tuttavia, il re degli dèi, vedendo la terra morente, fu costretto a trovare una soluzione. Zeus inviò Ermes, messaggero divino, nel regno dei morti per convincere Ade a restituire Persefone alla madre. Il dio accettò, ma prima di lasciarla andare, offrì alla giovane un frutto: i semi di un melograno.

Secondo le leggi divine, chiunque avesse mangiato qualcosa nell’Ade sarebbe stato legato per sempre a quel luogo. Persefone, ignara o forse consapevole del proprio destino, mangiò sei chicchi di melograno.
Quando tornò alla luce, Demetra la accolse con lacrime di gioia, ma la felicità fu breve. Poiché aveva gustato il frutto dell’Oltretomba, Persefone non poteva restare per sempre sulla terra. Si stabilì allora un compromesso: per sei mesi dell’anno, la dea sarebbe rimasta accanto alla madre; per gli altri sei, sarebbe tornata da Ade, nel regno dei morti.
Questa alternanza di gioia e dolore di Demetra scandì il primo ciclo di stagioni. Il ritorno di Persefone aveva alleviato il dolore della madre che dalla gioia aveva fatto fiorire le piante e i terreni portando la primavera e l’estate. Dopo i sei mesi nella terra dei vivi la sposa di Ade fu costretta a ritornare al suo ruolo di regina degli inferi, e la malinconia di Demetra cominciò a stingere le foglie verdi rendendole prima marroni poi facendole cadere e portando freddo e neve. E così per ogni anno.
Il melograno: simbolo di vita e di morte
Il melograno, al centro di questa leggenda, è uno dei frutti più carichi di significato simbolico nel mondo antico. Il suo colore rosso richiama il sangue e la vita, ma anche la passione e la fertilità. I suoi chicchi numerosi rappresentano abbondanza, rinascita e immortalità.
Mangiare i semi del melograno, per Persefone, significò accettare la doppia natura della sua esistenza: metà luce e metà oscurità, metà vita e metà morte. In lei convivono i due mondi, e proprio questa dualità la rende una figura tanto complessa quanto universale.
Da migliaia di anni, il mito continua a ispirare poeti, artisti e pensatori: da Ovidio a Dante, da Botticelli ai moderni narratori contemporanei, tutti hanno visto in Persefone il simbolo della trasformazione; quella che conduce ogni essere vivente, prima o poi, ad attraversare le ombre per ritrovare la luce.
Persefone, regina dell’Oltretomba e dea della primavera, continua a ricordarci che la vita non è che un eterno ritorno: dopo ogni inverno, ci sarà sempre una nuova fioritura.

Stefano Ferrarini
Stefano Ferrarini, attore, Regista, pittore, divulgatore e Content Creator. Emiliano di Origine ma naturalizzato romano è appassionato di storia e costume delle civiltà antiche e moderne.

